L'esercito romano nella Seconda Guerra Punica (218/202 a.C.). Breve storia delle legioni romane - Mondi Antichi

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L'esercito romano nella Seconda Guerra Punica (218/202 a.C.). Breve storia delle legioni romane

Storia romana > La Repubblica

 

Dettaglio del vaso Chigi, con scontro tra fanterie oplitiche del 650-640 a.C. (Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, Roma)
Dettaglio del vaso Chigi, con scontro tra fanterie oplitiche del 650-640 a.C. (Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, Roma).
Anfora con scena di battaglia tra opliti
Anfora a figure nere datata 560 a.C. con raffigurazione di una battaglia tra falangi oplitiche.
Articolo a cura di Andrea Rocchi C.

Dall'età regia alla prima Repubblica

Le legioni romane che affrontarono Annibale nella Seconda Guerra Punica differiscono profondamente negli armamenti e nelle tattiche rispetto alle legioni di epoca imperiale. Queste, di sicuro, hanno fatto più breccia nell’immaginario collettivo dei posteri. Le nostri fonti sono lo storico Tito Livio (59 a.C./17 d.C.) e Polibio che nacque nel 206 a.C. a Megalopoli nel Peloponneso, mentre nel mondo romano era ancora in essere la guerra con Cartagine. Partiamo dal presupposto che l’esercito repubblicano è una evoluzione dell’esercito oplitico, di stampo greco-etrusco che fu della Roma di epoca regia. Per fare un esempio, quei disgraziati che nel 390 a.C. sul fiume Allia, alle porte di Roma, si diedero alla fuga dinanzi agli scatenati galli di Brenno, altro non erano che opliti armati di lunghe lance e scudi rotondi, inquadrati in falangi. In seguito, i romani iniziarono ad adottare tattiche manipolari, abbandonando per gradi l’ordinamento oplitico-falangita. In questo "passaggio" diedero prova di quella grande capacità, tipicamente romana, di acquisire da nemici e alleati il meglio dell’arte bellica, migliorandola e adattandola per i propri scopi. L'Allia aveva infatti determinato il tramonto della falange. Marco Furio Camillo (446/365 a.C.) console, dittatore e Pater Patriae dell'Urbe promosse una riforma dell'esercito per contrastare i nuovi e famelici nemici. Seguendo i resoconti del nostro Livio, le legioni della prima Roma Repubblicana vennero suddivise in linee di battaglia differenti. Dinanzi i leves, truppe leggere da schermaglia armate di numerosi giavellotti. Poi la prima linea di fanteria pesante formata dagli hastati, (“il fiore dei giovani alle prime armi”), originariamente armati di hasta, dunque lancieri. Di seguito la seconda linea con i principes, (soldati di età più matura). Infine la terza linea con i triarii, i veterani equipaggiati similmente ai “vecchi” opliti con scudo, (all’inizio il classico hoplon di forma circolare), e lancia. Per ultimo in riserva, altri gruppi di uomini, rorarii e accensi, armati alla leggera con scudi oblunghi, lance e spade, di solito senza alcuna protezione per il corpo. In questo schieramento possiamo scorgere l'embrione della formazione manipolare che "entrerà in vigore" con tutta la sua potenza forse in seguito alla Seconda Guerra Sannitica (326/304 a.C.). Sussiste una certa confusione in merito. Alcuni vedono in Furio Camillo l'inventore del manipolo. Altri ritengono che il manipolo sia uno stile di combattimento introdotto dai Sanniti e copiato dai Romani. Da parte mia, preferisco considerare la questione come un lento evolversi della tattica militare in seguito all'esperienza, alle intuizioni dei singoli, ai popoli incontrati. Come ho già accennato, sappiamo che i Romani erano "esperti" nell'apprendere, nel comprendere e nell'adattare.
Durante la Seconda Guerra Punica

Polibio ci ha donato un meraviglioso e preciso trattato sull’esercito romano che più ci interessa in questo articolo. Nel corso del III secolo a.C. si era infatti completato quel profondo processo di riforma di cui abbiamo accennato poc'anzi. La formazione manipolare era entrata di diritto nella Storia, rendendo le legioni di Roma degli avversari incredibilmente ostici e all'avanguardia per tutti. All’interno della sua narrazione sulla Seconda Guerra Punica, lo storico greco ci spiega che tutti i cittadini tra i 17 e i 46 anni, che possedevano beni superiori al valore di 11.000 asses, (anche se in seguito alle terribili disfatte subite al Trasimeno e a Canne, il limite fu di molto abbassato), erano ritenuti idonei a prestare servizio nell’esercito per 16 anni come fante o per 10 come equite. Una legione "polibiana" al completo era composta da 4500 uomini; in prima linea 1200 hastati, suddivisi in 10 manipoli di 120 uomini, in seconda linea 1200 principes, organizzati nello stesso modo dei colleghi più giovani, in terza linea 600 triarii in manipoli di 60 uomini. La differenza tra i tre ordini era nell’età e nell’anzianità di servizio. Dinanzi le reclute, dietro i veterani di mille battaglie. In toto la fanteria pesante, orgoglio di Roma, consisteva di 3000 unità. Questi uomini, sul campo di battaglia, erano preceduti sempre da altri 1200 fanti, armati alla leggera, reclutati tra i cittadini più poveri, quelli che in pratica non potevano permettersi un equipaggiamento decente; i velites, ovvero "portatori di mantello", secondo Livio, sostituirono i leves, i rorarii e gli accensi. Combattevano in formazione larga ed erano schermagliatori in grado di affiancare con efficacia i legionari. Una volta scagliati i loro giavellotti si ritiravano dietro la prima linea di fanteria pesante. In caso di necessità, potevano essere impiegati nel corpo a corpo, essendo armati anche di una spada corta e di uno scudo rotondo di medie dimensioni. Gli ultimi 300 uomini della legione erano equites, ovvero cavalieri organizzati in 10 turmae di 30 soldati ognuna, reclutati tra i cittadini più ricchi, quelli in grado di procurarsi e mantenere un cavallo. Queste unità rappresentavano l’elite dell’esercito romano, lì dove prestavano servizio figli di senatori e giovani aristocratici. Vediamo adesso come erano equipaggiate le varie schiere. Dei veliti abbiamo già parlato. Gli hastati indossavano di solito un elmo di bronzo ornato di tre piume e un pettorale sempre in bronzo a proteggere il petto. Presentavano al nemico uno scudo di forma ovale (scutum) e in origine una lancia, in seguito il famoso gladius hispaniensis. Due pila, da scagliare prima della carica, completavano l’armamento offensivo. I principes erano equipaggiati similmente agli astati con la differenza che essi erano soldati d’esperienza. Molti di loro potevano permettersi la lorica hamata (una corazza di maglie metalliche) al posto dello scarno pettorale. I triarii, che costituivano la terza linea dello schieramento, erano espressione della fiera tradizione oplitica. Combattevano infatti armati di una lunga hasta e dunque si dimostravano particolarmente efficaci contro le cariche di cavalleria. L’annientamento dei triari, significava la disfatta dell’esercito capitolino. Un’ultima nota riguarda i cosiddetti funditores, schermagliatori armati di frombola in grado di tempestare le schiere nemiche di un fitto quanto letale lancio di pietre. Non sembra che l’Urbe li arruolasse tra i propri cittadini, non essendo quest’arte di combattere nelle corde dei romani. Si ricorreva di conseguenza ad alleati e mercenari. Temuti erano i famosi frombolieri delle Baleari. Anche l’isola di Rodi forniva ottimi lanciatori di pietre.

Schema della "Legione romana polibiana", metà del III secolo a.C.
Schema della "Legione romana polibiana", metà del III secolo a.C. (Licenza Creative Commons - info di attribuzione).

Narra Tito Livio (Ab Urbe condita libri VIII):
"Quando l'esercito aveva assunto questo schieramento, gli astati iniziavano primi fra tutti il combattimento. Se gli astati non erano in grado di battere il nemico, retrocedevano a passo lento e i principi li accoglievano negli intervalli tra loro. [...] i triari si mettevano sotto i vessilli, con la gamba sinistra distesa e gli scudi appoggiati sulla spalla e le aste conficcate in terra, con la punta rivolta verso l'alto, quasi fossero una palizzata... Qualora anche i principi avessero combattuto con scarso successo, si ritiravano dalla prima linea fino ai triari. Da qui l'espressione latino "Res ad Triarios rediit" ("essere ridotti ai triarii"), quando si è in difficoltà."

I quadri di comando

Ricapitolando una legione contava 4200 fanti e 300 cavalieri. Si dispiegava su tre linee principali. Dinanzi a questo "blocco" erano schierati in ordine sparso i veliti, ai lati le cavallerie degli equiti. Le prime due linee erano formate da 10 manipoli (120 x 10) disposti l’uno al fianco dell’altro. Davanti i manipoli di astati a intervalli regolari, subito dietro i manipoli di principi disposti in modo tale da coprire questi spazi, ancora dietro i manipoli di triari (60 x 10) che coprivano a loro volta gli spazi di intervallo dei principi. Una sorta di scacchiera. Il manipolo di 120 uomini era a sua volta scisso in due centurie di 60 unità, ognuna comandata da un centurione, con un optio al suo servizio, più un porta vessillo (signifer) e un trombettiere (cornicen). Dunque ne viene che il manipolo nella sua totalità contava due centurioni, un centurio prior di rango più alto che comandava l’intero manipolo, e un centurio posterior sempre pronto a sostituire il primo in caso di necessità per un totale complessivo di 60 centurioni per ogni legione, 60 legionari elevati al rango di optio, 30 trombettieri, 30 porta vessillo "ufficiali" e altri 30 pronti a subentrare, infine 30 tesserarii, ovvero comandanti di guardia con compiti amministrativi. In battaglia il centurione combatteva in prima linea, per dare l’esempio di coraggio e abnegazione, mentre l’optio si disponeva in retroguardia per garantire la coesione dell’unità ed evitare eventuali diserzioni.

Schieramento in battaglia dell'esercito consolare polibiano nel III secolo a.C.; al centro le legioni e sui fianchi gli alleati italici. All'esterno le cavallerie legionaria e alleata
Schieramento in battaglia dell'esercito consolare polibiano nel III secolo a.C.; al centro le legioni e sui fianchi gli alleati italici. All'esterno le cavallerie legionaria e alleata (Licenza Creative Commons - info di attribuzione)

Per quanto riguarda la cavalleria, vi erano tre decurioni (decuriones) per ogni turma di 30 uomini. Il più anziano comandava l’intera turma con il rango di praefectus oltre tre cavalieri elevati al rango di optio che chiudevano le fila. La turma sul campo di battaglia non agiva mai divisa in tronconi di dieci uomini, al comando di un singolo decurione, ma come una unità compatta di trenta elementi al comando del praefectus. La legione, contava inoltre sei tribuni, provenienti rigorosamente dall’aristocrazia senatoriale, inquadrati nei ranghi degli ufficiali superiori. I loro compiti erano in prevalenza amministrativi, di tutela dell’ordine e della disciplina, dall’arruolamento di nuove reclute, all’addestramento dei soldati fino alla scelta del luogo dove disporre l’accampamento. Essi rispondevano al console o al proconsole che comandavano di solito, due legioni più le truppe messe a disposizione dagli alleati, o in alcuni casi ai pretori, (i magistrati più importanti dopo i consoli), ai quali potevano essere assegnati distaccamenti di legionari per particolari missioni. Consoli e proconsoli erano infine affiancati dai questori, i quali soprassedevano a tutta una serie di incombenze che andavano dalla gestione dei bottini di guerra alla vendita dei prigionieri, all’approvvigionamento dell’esercito etc etc. I tribuni provenienti dalla classe senatoriale si arruolavano nell’esercito per un tempo minimo, (a volte una o due campagne militari), atto a garantire quell’esperienza e quel curriculum vitae necessari per intraprendere la carriera politica, una volta rientrati a Roma.

Gli alleati

Soldati sanniti da un fregio tombale di Nola risalente al IV secolo a.C.Tutti i popoli italici alleati di Roma, erano obbligati a fornire uomini all’esercito dell’Urbe, con il maggior impegno possibile. Questi non venivano inquadrati nella legione ma andavano a formare truppe di socii a parte. Polibio ci spiega che i fanti alleati dovevano essere in numero pari a quelli romani. I cavalieri in numero di tre volte superiore agli equites, in modo tale da sopperire alla cronica mancanza di cavalleria patita dalle legioni. Ufficiali romani, chiamati praefecti sociorum comandavano queste truppe, con compiti del tutto simili ai tribuni, mentre gli ufficiali minori venivano scelti direttamente tra gli alleati. I cavalieri alleati, anch’essi di fiera estrazione aristocratica, erano organizzati in turmae come quelli romani, con i ranghi di comando coperti dai praefecti equitum romani più decuriones e optiones scelti tra i locali. Si presume che l’unità tattica della coorte, non ancora in uso nell’esercito romano impiegato nella Seconda Guerra Punica, sia stata in essere tra contingenti di socii sanniti. É da notare come i Sanniti siano sempre in mezzo quando si tratta di innovazioni tattiche e belliche. Questo popolo fiero e coriaceo, insieme a quello Etrusco, costituirono a mio avviso l'humus italico dal quale germogliò nel tempo la potenza romana. Gli alleati venivano schierati sui fianchi destro e sinistro delle legioni, in alcuni casi dinanzi agli astati. Nelle marce formavano l’avanguardia e la retroguardia. Le fanterie potevano anche essere lasciate di riserva, in attesa dietro ai triari, pronte a tappare eventuali falle nello scacchiere romano. Le cavallerie costituivano i contingenti alle estremità dello schieramento di battaglia. Il loro compito era quello di aggirare le forze nemiche dopo aver sgominato i "pari classe" avversari. Infine da ricordare l’elite degli extraordinarii, una selezione dei migliori fanti e cavalieri alleati che andavano a formare una cospicua unità alle dirette dipendenze del console o del proconsole; unità che aveva l’onore di porre l’accampamento nelle immediate vicinanze della tenda consolare.

Cavaliere romano con armatura, Musei Capitolini in Roma - Tabularium
Cavaliere romano con armatura, Musei Capitolini in Roma - Tabularium (Licenza Creative Commons - info di attribuzione).

La  Storia ci insegna che la cavalleria rappresentò per secoli, o forse per sempre, il tallone d'Achille degli eserciti capitolini. Se da un lato gli equiti mettevano in mostra tutti i limiti romani nel combattere in groppa a uno stallone, dall'altro le regole non scritte dell’ottimo stratega imponevano di non fare mai troppo affidamento su contingenti alleati o mercenari per via dello scarso morale e del conseguente minor furore agonistico. La batosta di Canne nel 216 a.C. fu in parte determinata proprio dal collasso sui fianchi delle truppe a cavallo di Varrone e di Emilio Paolo. Questi al comando degli equiti fu travolto dalla cavalleria pesante di Asdrubale. Gli italici di Varrone a contatto con i veloci numidi di Maarbale, finirono a loro volta annientati dalla carica dei cavalieri celtici e iberici di Asdrubale. Publio Cornelio Scipione l'Africano, condottiero dallo straordinario talento, rovesciò le sorti del secondo conflitto punico. A Zama contò sul sostegno di quasi cinquemila cavalieri numidi e berberi forniti da Massinissa sopperendo alla lacuna rappresentata dalla cavalleria romano-italica. In generale, Scipione applicò una maggiore mobilità all’intero schieramento capitolino, distaccandosi dalla rigida disposizione a scacchiera su tre ordini di fanteria. L'evoluzione del manipolo era appena iniziata...

Bibliografia e immagini
- "Cannae 216 BC: Hannibal smashes Rome's Army", Mark Healy. Osprey Edizioni.
- "The Roman Army of the Punic Wars 264-146 BC", Nic Fields. Osprey Edizioni.
- "Le grandi battaglie di Roma Antica", Andrea Frediani. Newton & Compton Editori.
- "Ab Urbe condita libro VIII", Tito Livio. Citazione tratta da Wikipedia.
- Immagini e fotografie di pubblico dominio, ove non diversamente specificato. Fonte Wikipedia.

Data di pubblicazione articolo: gennaio 2017
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