Giulio Valerio Maggioriano. Un personaggio eroico sullo sfondo della decadenza dell'impero romano - Mondi Antichi

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Giulio Valerio Maggioriano. Un personaggio eroico sullo sfondo della decadenza dell'impero romano

Storia romana > Il Dominato

 

Articolo a cura di Andrea Rocchi C.

Introduzione

«[La figura di Maggioriano] presenta la gradita scoperta di un grande ed eroico personaggio, quali talvolta appaiono, nelle epoche degenerate, per vendicare l'onore della specie umana.»
(Edward Gibbon, "Storia del declino e della caduta dell'impero romano")

Romolo Augusto, detto l'Augustolo, l'imperatore bambino, chiuse terribilmente male la storia della parte occidentale dell'Impero Romano nel 476 d.C., quando venne deposto e imprigionato dal generale foederatus Odoacre. In realtà le sorti del millenario impero erano rette in quegli anni difficili dal padre del piccolo, Oreste, altro generale di origine barbarica il quale aveva spodestato dal trono l'effettivo imperatore, Giulio Nepote. Questi nel 480 d.C. sarebbe morto assassinato in Dalmazia mentre cercava di scendere in Italia per riprendersi la porpora che era sua di diritto. Per questa ragione, molti storici considerano proprio nel 480, l'epilogo dell'Impero Romano d'Occidente. Tornando indietro nel tempo dal quel 476, scorrono le repentine esistenze di imperatori quali Glicerio (473), Olibrio (472), Procopio Antemio (472), Libio Severo (465) che governarono poco e male e sparirono dalla faccia della terra o per presunte malattie o in seguito a congiure ordite dal bieco Ricimero, famelico e potente generale barbaro a capo dell'esercito. Questo losco figuro determinò l'ascesa e decise la fine anche di colui che stimo essere, l'ultimo vero imperatore romano, quel Giulio Valerio Maggioriano che eroicamente, dal 457 al 461, si adoperò per arrestare la caduta di un impero totalmente allo sbando. Trattasi di un personaggio di recente rivalutato dalla critica storica, riportato alla ribalta e persino rivisitato in chiave romantica e leggendaria. Ma quali sono i motivi che spinsero Maggioriano a lottare contro un sistema marcio e decadente invece di adattarsi allo stesso come molti dei suoi predecessori o come l'intera società romana di allora?
Una crisi complessa e inarrestabile

"Saccheggio di Roma" di Heinrich Leutemann, datato 1870Apriamo una piccola parentesi sulla tanto decantata crisi del V secolo; nel 457, l'Impero Romano d'Occidente versava in condizioni penose sia dal punto di vista economico in cui latifondismo, inflazione e povertà ne facevano da padrone, sia dal punto di vista giuridico e amministrativo. La macchina burocratica romana risultava arenata e sostituita in molti settori dalle istituzioni ecclesiastiche della Chiesa di Roma, in altri direttamente dalla corruzione e dall'inefficienza. Altra questione impellente risultava essere la cronica carenza di cittadini in armi. Questo ultimo problema si ricollegava in parte allo stravolgimento religioso avvenuto nella società romana tra il III e il V secolo, quando la religione del Dio Cristiano si era gradualmente sostituita a quella degli antichi Déi. Un processo che non evitò al già rabberciato impero, i traumi e le profonde fratture tipiche di ogni passaggio epocale; l'uomo, cittadino romano del V secolo, a differenza di quello dei secoli passati, non vedeva più nello Stato un'entità in grado di proteggerlo, di rassicurarlo, di farlo sentire parte di un "tutto universale". Questo ruolo ora apparteneva alla Chiesa di Roma, simbolo dell'unica vera religione sancita dagli atti teodosiani nel 391/92. La suddetta dottrina, inoltre, cozzava con quelli che erano stati i capisaldi degli antichi culti. Persi tra peccati ed espiazioni, demoni e dannazioni eterne, la maggioranza dei nuovi romani sembrava aver perso quello spirito che aveva prima reso grande e poi fatto sopravvivere l'impero nei secoli passati. Da un lato masse povere e timorose bivaccavano nelle città o coltivavano aridi pezzi di terra, dall'altra mercanti, senatori e uomini di potere si facevano i loro affari ben chiusi in ville fortificate con eserciti privati al soldo. E così, nel mentre l'Oriente romano, levatosi di torno il canceroso gemello, arroccato nella fortezza naturale di Costantinopoli, si barcamenava tra concili religiosi e ricchi commerci, governato da sovrani con un minimo di perspicacia, l'Occidente se ne andava a rotoli. Come se ciò non bastasse a far la frittata, Maggioriano ereditò un impero che aveva subito per trenta lunghi anni (425-455), il regno incontrastato di Valentiniano III, imperatore di dinastia teodosiana, della madre matrona di lui, Gallia Placidia, e del Magister militum Flavio Ezio. Dei tre, Ezio merita un giudizio storico positivo. Fu un eccellente funambolo che si barcamenò tra alleati, mercenari e foederati, garantendo all'impero mezzo secolo di agonia, o se vogliamo, di vita in più. Proprio la questione dei foederati segnò un'altra tappa dell'imminente rovina; la crescente pressione di diversi popoli ai confini nel IV e V secolo, costrinse sempre più spesso il potere imperiale di Roma, ad accogliere all'interno dei propri territori di frontiera intere comunità e popolazioni con il compito di difendere quegli stessi confini dalle invasioni di altri popoli ancora. Terra in cambio di miliziani da affiancare alle sempre più scarne legioni. Sta di fatto però che una volta insediato, l'ospite iniziò a farla da padrone e ben presto quelli che erano di nomina dei foederati sottoposti alla volontà romana, presero a considerare quelle terre come proprie e cosa ancor più grave i territori circostanti come facili conquiste. Ezio, fino alla data della sua morte (454), fu impegnato in un'imparo lotta contro i mulini a vento, conseguendo numerose vittorie ma non riuscendo a evitare la conquista dell'Africa romana da parte dei Vandali, l'abbandono della Britannia e la perdita di gran parte della penisola iberica e delle Gallie. Il suo capolavoro rimase però la vittoria nella grande battaglia dei Campi Catalaunici (451), alla testa di un esercito di visigoti, alani e burgundi contro Attila e la sua orda di Unni. Pochi anni dopo il grande generale venne trucidato dall'imperatore stesso. Qualcuno con coraggio disse al furente Valentiano: "Imperatore, hai tagliato la tua mano destra con la sinistra".

L'Impero romano d'Occidente sotto Maggioriano  Ritratto attributo per tradizione a Galla Placidia (388-450 d.C.), madre di Valentiniano III
A sinistra, l'Impero romano d'Occidente sotto Maggioriano (Licenza Creative Commons - info di attribuzione). A destra, ritratto attributo per tradizione a Galla Placidia (388-450 d.C.), madre di Valentiniano III.

Credere nell'Impero!

Giulio Valerio Maggioriano nipote del magister militum di Teodosio I, figlio del tesoriere di Ezio, era un fiero esponente dell'aristocrazia italica, attendente a sua volta del grande generale. Vantava una notevole esperienza militare maturata sui campi di battaglia. Sidonio Apollinare e Procopio di Cesarea sono le nostri fonti di riferimento, ma è bene precisare che molti aspetti dell'esistenza di Maggioriano sconfinano nella leggenda con connotazioni di indubbio fascino; ad esempio ai Campi Catalaunici sarebbe attestato il suo impegno nella conquista prima e nella difesa poi di quella famosa collina "strategica" che sovrastava il campo. In ogni caso Ezio temendo di essere scalzato dal giovane nobile rampollo, lo fece allontanare dalla corte. Dal 454 al 457 alcuni tragici eventi travolsero Roma come un fiume in piena. In rapida successione troviamo l'assassinio del Magister militum, la fine di Valentiano III, la conseguente ascesa al soglio imperiale prima di Petronio (morto nel sacco di Roma perpetrato da Genserico, re dei Vandali), poi di Avito (deposto da Ricimero). Tutto ciò permise a Maggioriano, con il necessario appoggio dell'esercito, di prendere la porpora. Chi pensava di aver messo sul trono l'ennesimo fantoccio nelle mani dei poteri forti si sbagliava di grosso. Maggioriano si dimostrò fin dal primo giorno di regno, un imperatore che credeva fermamente nel ruolo della civiltà romana. Soffriva della inesorabile decadenza della macchina amministrativa statale. Non vedeva di buon'occhio le eccessive ingerenze della Chiesa di Roma nelle faccende di governo. Meditava propositi di riconquista di tutti quei territori che riteneva romani di diritto. Egli si circondò di gente fidata, licenziando tutti gli inutili codazzi di cerimonieri di palazzo, servi e profittatori. Ottenne la fedeltà del grande generale pagano Marcellino che nell'Illirico si era ritagliato una sorta di regno indipendente. Rielesse l'Urbe centro del potere amministrativo e imperiale. Ingaggiò nuovi mercenari per rendere competitivo l'esercito. Decise di inseguire con tutto se stesso l'ideale della rinascita e il ritorno agli antichi fasti. Per conseguire tali "utopici" intenti non trascurava di passare intere giornate e nottate chiuso nel suo ufficio a legiferare e far quadrare i conti. Uomo estremamente colto e dotato di umorismo fuori del comune, dimostrava un'innata propensione al comando militare. Gli eserciti da lui guidati respinsero i Vandali in Campania e i Visigoti in Gallia, la cui fiera aristocrazia, seppur inizialmente riluttante nel riconoscerlo come imperatore, fu accolta nella macchina statale dell'Impero, risultandone una determinante componente. In campo amministrativo, sfornò una serie interminabile di provvedimenti, molti dei quali non trovarono mai applicazione pratica per via dei logorroici percorsi burocratici romani. Instituì la figura del defensor civitatis, una sorta di magistrato che avrebbe dovuto tutelare il popolo dai soprusi e dirimere le piccole controversie, compito stabilmente in mano a vescovi e prelati. Proibì alle donne in età fertile di prendere i voti, in quanto era ormai consuetudine che la maggior parte delle donne di famiglia si facesse suora con grave danno per la procreazione di una nuova generazione che potesse risollevare l'impero. Emanò una serie di provvedimenti atti a salvaguardare gli antichi edifici, dai templi alle statue che oltre ad essere cadute nel degrado più assoluto erano i bersagli preferiti di invasati cristiani in cerca di idoli da distruggere. Tutti queste azioni gli attirarono addosso da un lato le ire della Chiesa di Roma. L'istituzione ecclesiastica vedeva sminuito il proprio ruolo in un momento cruciale nel quale la stessa iniziava a percorrere i primi passi verso quel primato temporale oltre che spirituale che avrebbe ottenuto nel Medioevo. Dall'altro quelle di Ricimero. Chiuso nella fortezza di Ravenna, eroso dalla rivalità con Marcellino, il generale si mordeva le mani per quel bizzarro imperatore sfuggito al suo controllo. Maggioriano a molti sembrava un invasato, perso dietro visioni di grandezza non più attuabili. Una delle tante storie a lui attribuite racconta di una visita alla corte del re vandalo Genserico in quel di Cartagine, travestito da ambasciatore. L'imperatore si era recato in Africa sotto mentite spoglie tanto per rendersi conto di persona delle condizioni di quei territori. Proprio la riconquista dell'Africa romana, fu l'ultimo grande sogno di Maggioriano. Egli allestì una flotta di oltre 300 navi per trasportare le sue legioni sulle coste africane. Strappò la penisola iberica ai Visigoti e prese base a Portus Illicitanus (Carthago Nova). La flotta capitolina ormeggiò nel grande porto militare in attesa dei rinforzi provenienti dalla penisola italica. In una notte senza luna si udirono alcune esplosioni seguite da lunghe fiamme che si alzarono in cielo. Tutte le imbarcazioni andarono in fumo. Il tradimento orchestrato da Genserico, probabilmente con l'ausilio dello stesso Ricimero aveva comportato l'epilogo della campagna di conquista costruita con tanta fatica da Maggioriano. Tornando mestamente in Italia, via terra, poco prima di giungere a Tortona, l'imperatore licenziò la sua fidata scorta per essere preso in consegna dagli uomini di Ricimero. Il generale lo depose dal soglio imperiale, imprigionandolo dopo averlo torturato a morte. Infine lo decapitò. Correva l'anno 461.

"La distruzione dell'impero romano" nel dipinto allegorico di Thomas Cole, datato 1836 e conservato al New York Historical Society (New York - Usa)
"La distruzione dell'impero romano" nel dipinto allegorico di Thomas Cole, datato 1836 e conservato al New York Historical Society (New York - Usa).

La fine di un'epoca

La morte di Maggioriano segnò la fine dell'Impero Romano d'Occidente. Gli imperatori a venire sarebbero tornati a essere marionette nelle mani dei generali, senza un barlume di carisma né ideali. Possiamo salvare il solo Giulio Nepote, altro personaggio romantico degno di nota. Non si comprende la ragione per cui la scorta che avrebbe potuto proteggere Maggioriano fu licenziata poco prima di giungere alla fatidica meta. Quello che invece è chiaro fu il ruolo di Ricimero nella congiura. Isolato in quel di Ravenna, a capo di una forza militare non tenuta in considerazione dall'imperatore, il potente generale barbaro aveva raccolto intorno a sé, negli anni, tutti coloro che manifestamente o meno, si dichiaravano scontenti dinanzi alla politica del potere centrale. Gli esponenti del clero avevano visto ridotti privilegi e prerogative. L'aristocrazia italica e senatoriale era stata costretta a dividersi oneri e onori con la più attiva nobiltà provinciale. I ceti medi, dagli esattori ai decurioni (una sorta di consiglieri cittadini), accusarono un crescente malessere dovuto ai pressanti controlli a cui furono sottoposti per evitare le frequenti malversazioni delle imposte. Infine i religiosi ferventi  videro il seme del paganesimo in quella passione per la Storia e per i monumenti tanto coltivata dall'imperatore. La compromessa società romana era espressione di un passaggio epocale inarrestabile. Dalla caduta dell'Impero Romano d'Occidente in poi, il mondo non sarebbe stato più lo stesso. Gli usi, i costumi, i valori, le leggende, le credenze, gli Déi, ogni cosa fu abbattuta sia fisicamente che mentalmente per procurare lo spazio vitale alla nuova società che ne sarebbe scaturita: migliore, peggiore, non ha importanza. L'imperatore Giulio Valerio Maggioriano non poteva farne parte. Egli apparteneva al mondo degli antichi.

Bibliografia e immagini
- "Gli imperatori romani. Storia e segreti", Michael Grant. Newton & Compton Editori.
- "La caduta di Roma e la fine di una civiltà", Bryan Ward-Perkins. Editori Laterza.
- "Storia romana", G. Geraci e A. Marcone. Le Monnier Università.
- "Il libro nero di Roma Antica", Giuseppe Antonelli. Newton & Compton Editori.
- Immagini e fotografie di pubblico dominio, ove non diversamente specificato. Fonte Wikipedia.

Data di pubblicazione articolo: gennaio 2017
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