Alessandro Magno di Macedonia. Un uomo simile agli Dèi - Mondi Antichi

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Alessandro Magno di Macedonia. Un uomo simile agli Dèi

 

"Alessandro combatte contro un leone". Mosaico del III secolo a.C. conservato al Museo di Pella in Grecia.
"Alessandro combatte contro un leone". Mosaico del III secolo a.C. conservato al Museo di Pella in Grecia.
Alessandro rende sepoltura al corpo di Dario
"Alessandro rende sepoltura al corpo di Dario". Illustrazione di Bernhard Rode (1725–1797), datata 1769-70.
Articolo a cura di Andrea Rocchi C.

La genesi e la continuazione di un mito

Ogni epoca  ha i suoi miti, figure reali che in seguito a dipartita dal mondo terreno, vengono assurte a soglie divine, chi con merito, chi grazie all'immenso carisma che trasmise in vita alle masse, chi in seguito a imprese portate a compimento con coraggio e determinazione. In questo universo di miti e semidei non mancano gli impostori e i sopravvalutati. Per quanto riguarda Alessandro, ci troviamo dinanzi a un uomo che si era già trasformato in mito quando era vivo e vegeto. In seguito egli ha percorso i secoli per presentarsi nella memoria dei posteri come un ideale al quale aspirare, una sorta di sogno o missione esistenziale. Certo non dobbiamo prenderci in giro, Alessandro fu un "dono" destinato a chi poteva permettersi una istruzione. Non credo che un contadino o un nullatenente dell’Urbe fossero a conoscenza delle vicende del figlio di Filippo II. Nella società greco-ellenistica, sappiamo come il mito di Alessandro sopravvisse come base stessa dei regni che si svilupparono, tra guerre fratricide, alla sua morte avvenuta nel 323 a.C. in Babilonia. Nel mondo romano le vicende legate ad Alessandro facevano quasi sempre parte dell’istruzione dei giovani nobili e dei figli di coloro che potevano retribuire i servizi di qualche pedante precettore. Non dimentichiamoci inoltre che nelle case degli esponenti della nobilitas capitolina, vivevano spesso istruiti schiavi di provenienza greca ai quali i padroni delegavano l’educazione della prole. Ad esempio, Gneo Pompeo, figlio del potente generale Pompeo Strabone, crebbe maturando una smisurata ammirazione per le gesta del Macedone, tanto da imitarne la pettinatura. Licinio Crasso, al secolo l’uomo più ricco di Roma, quando si imbarcò per Carre nel 53 a.C., sognava di giungere con le sue legioni ai confini del mondo conosciuto, lì dove Alessandro aveva sconfitto i terribili elefanti indiani. Lo stesso Giulio Cesare non era esente dal paragonarsi al "mito ellenico" quando conseguì le importanti vittorie in Gallia. Possiamo andare ancor più indietro nel tempo. Nel 318 a.C., pochi anni dopo la morte del condottiero macedone, nasceva Pirro della casata degli Eacidi, discendente di Neottolemo, figlio del Pelide Achille. La sua casa era imparentata con quella degli Argeadi di Alessandro. Pirro fu re dell’Epiro. Egli vagò combattendo per i vari regni ellenistici dei "Successori" prima di schiantarsi contro la perseveranza romana in quel di Maleventum poi divenuta Beneventum. Tornato nelle sue terre di origine si incagliò in varie dispute. Infine lasciò questo mondo ad Argo, colpito in testa da una tegola lanciata da un'anziana nonna. Un soldato lo passò a fil di spada, tanto per essere certo che il condottiero fosse davvero morto. Pirro era valutato all'epoca come un novello Alessandro Magno. Le spettacolari campagne militari che intraprendeva, sembravano riportare in vita, sui campi di battaglia, i successi del leggendario condottiero macedone. Purtroppo Pirro non riuscì mai a dare un seguito alle vittorie conseguite. Queste, invece di evolversi in trionfi, si trasformavano spesso in pesante disfatte economiche. Da qui il detto "É una vittoria di Pirro".
Non posso non menzionare Publio Cornelio Scipione, detto l'Africano, talmente imbottito di cultura ellenica da suscitare lo sdegno del bacchettone Marco Porcio Catone, il Censore, che nel 184 a.C., (anno più, anno meno), dichiarava nell'introduzione ai "Praecepta ad Marcum filium" riferendosi ai greci: "...ti dimostrerò che sono una razza di gente perversa e indisciplinata. E questo fa conto che te l'abbia detto un profeta: se mai codesto popolo, quando che sia, ci darà la sua cultura, corromperà ogni cosa..."

Alessandro Magno durante la Battaglia di Isso in un mosaico della Casa del Fauno di Pompei
Alessandro Magno durante la Battaglia di Isso in un mosaico della Casa del Fauno di Pompei.

Queste parole erano indirettamente rivolte al circolo degli Scipioni, reo di spargere come semi in un campo, le tendenze del molle e perverso ellenismo in contrapposizione alla solidità dei valori romani. Scipione l’Africano fu senza dubbio una sorta di erede italico di Alessandro. Si contraddistinse come un grande trascinatore di uomini, motivatore, stratega e tattico d’eccezione. Giovandosi di una fine eloquenza e di una mimica efficace, riuscì a fare credere a tutti che ogni sua azione fosse frutto del volere e della benevolenza divina. Purtroppo, nell’epilogo della sua straordinaria carriera politica e militare, si scontrò con la mentalità dura e pratica della società romana, pronta a esaltare l’individuo nel momento del bisogno e ad affossarlo ai primi segnali di umana onnipotenza. Chiudo la carrellata dei tanti "Alessandri" con Annibale Barca il Cartaginese. Sterminò migliaia di romani, conquistò mezza penisola italica e, similmente a Pirro, non concretizzò nulla di quanto ottenuto. Fu annientato a Zama il 18 ottobre del 202 a.C., proprio per mano dello Scipione poc’anzi trattato. I due, prima di scendere in battaglia, ebbero un curioso e surreale siparietto narratoci da Acilio. Il romano chiese al Barcide quale fosse per lui il più grande generale della storia. Annibale rispose convinto citando Alessandro Magno, ponendo al secondo posto Pirro e al terzo se stesso. Scipione, immagino con quale piglio, ribatté chiedendogli di stilar di nuovo la classifica nel caso in cui avesse vinto quel giorno a Zama. Annibale rispose che solo in quel caso avrebbe considerato se stesso come il più grande condottiero della storia.

Il vasto impero conquistato da Alessandro Magno. In nero il tragitto percorso dalle leggendarie falangi macedoni
Il vasto impero conquistato da Alessandro Magno. In nero il tragitto percorso dalle leggendarie falangi macedoni (Licenza Creative Commons - info di attribuzione)

Una nota a margine interessante risiede proprio nell’esercito annibalico che contava contingenti di uomini organizzati secondo gli schemi della falange macedone. Questa tendenza risaliva a parecchi anni prima, quando mercenari spartani o comunque greci tra cui un certo Santippo furono chiamati in terra africana per ristrutturare l'esercito punico ritenuto insufficiente a contrastare i nuovi nemici, tra cui gli immancabili romani. Santippo era uno stratega spartano, abituato a una ferrea educazione militare, in rispetto alla tradizione della sua terra di origine. La falange oplitica di stampo greco era già in uso nell’esercito cartaginese presso le milizie cittadine. Santippo introdusse le tattiche di guerra macedoni, abituando gli uomini, in prevalenza veterani libici, a schierarsi e a muoversi come una falange "alessandrina". Nella battaglia di Tunisi, combattuta nel 255 a.C. nel contesto della Prima Guerra Punica, lo spartano conseguì una inaspettata vittoria contro le legioni romane di Marco Attilio Regolo e Lucio Manlio Vulsone. Le falangi cartaginesi operarono con successo nella battaglia di Canne (216 a.C.) sotto il comando di Annibale. L’ultima testimonianza del loro utilizzo avvenne a Zama.

Gli antichi definirono Filippo V di Macedonia, una sorta di reincarnazione di Alessandro, tale era la somiglianza nel fisico, nel modo di cavalcare e persino nell’intelletto. Con Filippo V tramontò l’indipendenza della Macedonia. Fu un discreto condottiero, coraggioso e temerario. Animato da uno spirito fortemente guerrafondaio, per tutta la sua esistenza cercò di estendere il suo dominio sulle poleis greche. Venne in urto con la potenza romana a causa di una dissennata alleanza con Annibale. Ottenne il perdono di Roma ma la sua irrefrenabile brama di conquista e i gravi dissidi tra i suoi figli, lo portarono tra le braccia di Caronte. La regione divenne provincia romana nel 148 a.C. in seguito alla disfatta di Pidna, patita da Perseo, figlio ripudiato dello stesso Filippo. Fu il tramonto della leggendaria falange.

L’ascesa e l’epilogo di Filippo II

Testa di Alessandro conservata presso CopenaghenLe chiacchiere di cui sopra sono servite quantomeno per far capire l'importanza della figura di Alessandro nell'esistenza dei posteri. Questa sorta di "spettro macedone" tormentò con la sua grandezza una moltitudine di generali e condottieri i quali cercarono in tutti i modi di emulare le sue gesta per entrare a loro volta nella Storia. Oltre il mito, chi era Alessandro il Grande? Riguardo il Macedone non mancano certo le fonti. In molti hanno scritto di lui, da Arriano a Diodoro Siculo passando per Plutarco e altri ancora. Si narra ad esempio che verso la fine di luglio dell'anno 356 a.C. un forte incendio rase al suolo il tempio di Artemide a Efeso proprio quando tutti gli indovini asiatici erano riuniti nella città anatolica. Essi predissero che a breve una disgrazia si sarebbe abbattuta sull'Asia tutta... la stessa notte (20 o 21 luglio) nasceva a Pella in Macedonia il primogenito del re Filippo II e della regina Olimpiade, principessa d'Epiro, discendente secondo la leggenda da Achille in persona. Il grande eroe omerico fu per Alessandro quello che lui stesso rappresentò per i posteri, ovvero il mito da studiare, seguire ed emulare nel corso della propria esistenza.

"Come ti invidio Achille, per avere avuto un amico fedele in vita e un Omero dopo la morte!" disse un giovane Alessandro dinanzi alla statua dell'eroe.

Aristotele insegna al giovane Alessandro. Illustrazione del 1866 di Charles Laplante
Aristotele insegna al giovane Alessandro. Illustrazione del 1866 di Charles Laplante.

Dotato di un carattere forte, testardo, persino fin troppo sicuro di sé, il giovane si dedicò anima e corpo all'addestramento militare. Non tralasciò gli insegnamenti filosofici di Aristotele. Da adolescente fu già in grado di montare uno stallone imbizzarrito e domarlo facendo rimanere a bocca aperta un'intera platea, tra cui sedeva lo stesso Filippo II. Quel cavallo fu chiamato Bucefalo, (dalla grande testa), e accompagnò Alessandro fino all'Idaspe sul quale campo di battaglia stramazzò di fatica (326  a.C.). Nel medesimo scontro cadde anche Peritas, il molosso addestrato alla guerra, fedele "scudiero" del giovane sovrano. La situazione in Grecia all'epoca dei fatti narrati era più esplosiva di una polveriera. Filippo era pronto a entrare nello scacchiere greco come un’aquila in picchiata. Le tante poleis, giocando tra alleanze e dispute, risultavano sempre pronte a scannarsi tra loro, inseguendo "democratici" sogni di conquista ed estensione delle rispettive sfere di influenza. Alle spalle di tutto questo, la potenza persiana, appollaiata sull'Ellesponto, sognava la sottomissione della Grecia stessa. Anche Filippo aveva un sogno ed era quello di riunire la "barbarica" Macedonia alla più culturalmente sviluppata Grecia per creare una sorta di nazione unica sotto la sua guida. Il fine ultimo era quello di espandersi in Asia, invitando l’eterno nemico persiano a starsene lontano dai lidi ellenici. Non credo che Filippo mirasse alla conquista dei possedimenti persiani in Oriente. Azzardo l’ipotesi che volesse attestarsi nella penisola anatolica, al fine di rendere sicure tutte quelle regioni costiere come la Bitinia, la Misia, la Lidia, la Caria con gli importanti centri urbani di Eraclea, Efeso, Mileto, Alicarnasso etc etc,. Erano territori fondamentali sia da un punto di vista strategico che commerciale. Nel difficile contesto, Filippo II si mosse con prudenza. Nel 343 a.C. si assicurò con un trattato la neutralità persiana negli affari greci. Nel 338 a.C. domò ateniesi e tebani a Cheronea. Nella battaglia suddetta, la leggendaria falange macedone si affacciò nella Storia con effetti devastanti per gli avversari. E si manifestò per la prima volta anche il talento militare di Alessandro, posto al comando dell'ala sinistra della cavalleria macedone. A capo della Lega di Corinto come comandante supremo della coalizione, Filippo II mandò il fedele generale Parmenione in Asia con un corpo di spedizione. Doveva essere la testa di ponte dell’imminente invasione dell’Anatolia. Correva l’anno 336 a.C. e durante un banchetto di nozze nella città di Ege, Pausania di Orestide, guardia del corpo di Filippo, uccideva il suo re con una pugnalata al cuore. Alla base del delitto sussistono diverse ipotesi. Lo spirito di vendetta di Olimpiade, dalla quale Filippo si era divorziato poco tempo prima, potrebbe essere intervenuto, armando la mano del congiurato. Si narra anche di una torbida storia di amore tra Filippo e Pausania. Questi per gelosia, indusse al suicidio il nuovo amante del sovrano che vantava però una profonda amicizia con il potente generale Attalo. Per ritorsione, Attalo aveva fatto stuprare Pausania che chiese giustizia al re non ottenendola. Pausania avrebbe dunque ucciso Filippo per rancore personale. Aristotele invece ipotizza una sorta di intervento divino nell’uccisione del regnante macedone. L’ordine sarebbe giunto da un "famoso" Santuario greco. Tra gli imputati troviamo lo stesso Alessandro che con il padre ebbe sempre un rapporto complesso, reso ancor più complicato dall’intervento del sopracitato Attalo. La nipote del generale macedone, Cleopatra Euridice, nel 339 a.C. andò in sposa proprio a Filippo che per la giovane aveva perso la ragione. Durante il banchetto di nozze, Attalo, in preda al troppo vino tracannato, affermò che finalmente la Macedonia avrebbe avuto un erede legittimo. Indirettamente accusava Alessandro di essere un bastardo, in quanto la madre, Olimpiade, era appunto epirota. Filippo II non prese le difese del figlio. Anzi si scagliò contro il giovane inveendo e finendo con lo scivolare su una pozza di vino mentre lo malediceva e lo diseredava. Alessandro e Olimpiade ripararono in Epiro. Furono richiamati tre anni più tardi nel 336 a.C. Nel frattempo dall’unione tra Filippo e Cleopatra, erano nate due bambine, Europa ed Euridice. L’improvvisa fine di Filippo aprì scenari inquietanti.

"La famiglia di Dario dinanzi ad Alessandro" nel dipinto di Justus Sustermans (1597-1681), conservato alla "Biblioteca Museu Victor Balaguer" (Vilanova y Geltrù, provincia de Barcelona, Spagna)
"La famiglia di Dario dinanzi ad Alessandro" nel dipinto di Justus Sustermans (1597-1681), conservato alla "Biblioteca Museu Victor Balaguer" (Vilanova y Geltrù, provincia de Barcelona, Spagna).

Il nuovo re della Macedonia

Olimpiade favorì la successione al trono del suo figliolo prediletto. Alessandro assunse il titolo di re. I suoi primi atti comportarono l’eliminazione fisica di tutti coloro che potevano essere annoverati come pericolosi per il trono di Macedonia. Cleopatra, la giovane vedova di Filippo e le sue due bimbe furono bruciate vive. Diversi esponenti della classe dirigente macedone trovarono la morte per mano dei sicari del nuovo sovrano. Olimpiade si assicurò che lo stesso Attalo fosse eliminato. E pensare che lo stesso, partito per l’Asia al seguito di Parmenione, aveva scritto al nuovo sovrano assicurandogli la sua lealtà. Sistemate le beghe interne, Alessandro si occupò di quelle esterne. Lavorando di diplomazia da un lato, non disdegnando l’uso della forza dall’altro, riuscì a sedare le mire indipendentiste delle poleis greche. Ribadì pertanto la sua supremazia all'interno della Lega Ellenica. Anni più tardi, Tebe che si era fatta promotrice con Atene dell’ennesima rivolta al padrone macedone, fu quasi del tutto rasa al suolo. Pacificata la Grecia, Alessandro era pronto per riprendere il piano espansionistico del padre. Dopo aver strappato con la forza un vaticinio favorevole alla Pizia di Delfi, egli riunì intorno a sé il fior fiore della giovane aristocrazia macedone. Vi troviamo tra i più conosciuti, l’intimo amico Efestione, nobile di ascendenza ateniese, Patroclo Macedone, Perdicca, l’uccisore del congiurato Pausania, il fedele Cratero, il tetro Clito il Nero e il vecchio generale di Filippo II, Parmenione con il figlio Filota. La guerra con l’eterno nemico persiano era alle porte.

Un grande condottiero

Alessandro Magno ritratto come il dio ElioL'esercito del Gran Re Dario III si schiantò contro la falange macedone al Granico (334 a.C.), ad Isso (333 a.C.), infine a Gaugamela (331 a.C.) segnando così la fine dell'impero persiano che passò in toto nelle mani del Macedone. Alessandro, il cui nome significa "uomo protetto", in battaglia era un condottiero senza eguali che amava risolvere in prima persona le faccende più complicate. Al Granico si gettò con i suoi hetairoi ("compagni") sul fianco sinistro persiano, incurante delle frecce nemiche che gli piovevano addosso. Uccise due satrapi, cedendo ai colpi di un terzo. Clito il Nero gli salvò la vita. Ad Isso si rese conto che i numeri non volgevano a suo vantaggio. Vedendo in difficoltà le falangi, caricò direttamente il centro persiano causando la rotta di Dario III in persona. A Gaugamela, muovendo dalla destra, con un’abile manovra travolse di nuovo il centro nemico dopo aver annientato l’intero fronte sinistro persiano tenuto da Besso. Sull’Idaspe, si batte all’ultimo sangue contro fanti, carri ed elefanti indiani fintanto che Bucefalo resse lo scontro. Sui campi di battaglia, Alessandro sembrava rievocare la leggendaria figura di Achille; coraggioso, incurante della morte, in grado di infiammare gli animi dei propri soldati. La sua qualità maggiore fu quella di saper leggere le situazioni impreviste venutasi a creare durante lo scontro, prendendo opportuni e repentini provvedimenti. Le battaglie da lui vinte furono dei capolavori di strategia e di tattica, di ardore guerriero, di determinazione, di valore contro forze preponderanti. Alessandro ispirò i posteri proprio in virtù di queste doti eccezionali. Se analizziamo la figura  del "Grande" nella sua totalità, ci possiamo rendere conto che non era esente da difetti né da condotte e metodi deprecabili nell’amministrazione del suo potere. Potere sovrano di stampo assolutistico, illuminato evidentemente, ma pur sempre assolutistico con risvolti persino violenti come l’eliminazione fisica degli oppositori al regime e di qualunque individuo potesse vantare diritti di successione. Dotato di grande autostima e di una certa esaltazione, nel 333 a.C. risolse l’intrigo del nodo gordiano, (chi avesse sciolto il famoso nodo del giogo del carro di Mida conservato nella città di Gordio avrebbe, secondo gli oracoli, governato l'Asia), con un colpo di spada. Alessandro inseguì l’intento di riunire in un unico popolo, macedoni, greci e persiani nel rispetto degli usi, dei costumi e della religione di ogni entità culturale. Per favorire questa ideale fusione di culture, accompagnò ogni conquista alla fondazione di centri urbani. L’ellenismo si propagò in tutto il mondo conosciuto. Il rovescio della medaglia fu che la personalità del condottiero fu attratta dalle "tendenze" orientali che trovarono nel suo animo il terreno fertile dal quale germogliò il funesto epilogo che lo coinvolse.

L'epilogo è solo l'inizio del mito.

La fame di conquiste non abbandonò mai Alessandro neppure quando, sconfitto Poro sull'Idaspe, giunse ai confini del mondo. Non gli balenò in mente di fermarsi. Era l’ennesima tappa di un percorso infinito. I malumori tra i generali macedoni erano iniziati appena passata la sbornia post Gaugamela. Le successive campagne che spinsero i macedoni verso la Battriana allontanarono ancor di più il condottiero dai propri soldati desiderosi di tornarsene a casa carichi di oro e di gloria. Del 330  a.C. è la congiura ordita da un gruppo di ufficiali con il tacito assenso dell’anziano Parmenione e del figlio di lui, Filota, entrambi condannati a morte da Alessandro. Il peggio doveva ancora venire. Omaggiato dagli orientali sempre pronti a prostrarsi ai suoi piedi, fin troppo sensibile alle delicate usanze che avevano caratterizzato la corte di Dario III, il Macedone abbandonò la rude corazza per vesti di seta e preziosi diademi. Preferì guardie persiane ai fedeli commilitoni. In un eccesso d'ira, minato dal vino e da condizioni di salute non più ottimali, non si limitò a insultare Clito, il quale stava lamentandosi del mutato comportamento del suo re. Lo infilzò come un pollo con l'ausilio di un giavellotto. Il 326 a.C. vide la suddetta vittoria dell'Idaspe seguita dal ritiro dei macedoni verso Susa. Fu la fine dei sogni di Alessandro. I suoi uomini non lo avrebbero seguito oltre.

"Ebbene sia, partite! Quando sarete rientrati in patria direte che il vostro re, che ha dominato tutti e attirato dalla sua parte tutti i popoli d'Oriente, che ha scalato il Caucaso, traversato l'Oxo e l'Indo, l'Idaspe e l'Acesine e che avrebbe traversato anche l'Ifaso se voi non glielo aveste impedito..." . Le ultime parole di Alessandro al suo esercito nel discorso tratto dagli scritti di Arriano.

"Alessandro e Poro" nel dipinto di Charles Le Brun datato 1673
"Alessandro e Poro" nel dipinto di Charles Le Brun datato 1673.

Da Susa, Alessandro tornò a Babilonia progettando la futura conquista dell'Arabia ed immaginando un pronto ritorno nella natia Macedonia. Alcuni mercanti gli avevano parlato di due grandi potenze che spadroneggiavano a Occidente, Cartagine e Roma. Non si rese conto però che il giocattolo macedone era ormai rotto. Seppur il vastissimo impero andava a meraviglia grazie alla conservazione del sistema di governo provinciale persiano, ovvero la satrapia, intorno ad Alessandro il clima era mutato. Il sovrano era infatti adorato come un dio dai nuovi sudditi orientali ma guardato con crescente timore e disprezzo dai vecchi compagni, letteralmente nauseati da usanze quali la proskynesis, gli inchini e via dicendo. Per greci e macedoni era assurdo tributare a un uomo, onori che spettavano solamente agli Dèi. Inoltre il loro re, il condottiero di mille imprese, si era rammollito, somigliando ogni giorno di più a quel Dario che aveva un tempo tanto osteggiato. Come se non bastasse, nella piazza d'armi marciavano giornalmente persiani e battriani inquadrati nella celebre formazione a falange...

...13 giugno 323 a.C., dieci giorni di febbre e delirio, Achille al fianco del letto chiamò l'eroe e l'uomo per l'ultimo viaggio... Alessandro aveva 33 anni. E il suo destino sarebbe stato vivere in eterno l'immortalità degli Dèi...

Bibliografia e immagini
- "Alexander 334-323 BC: Conquest of the Persian Empire", John Warry. Osprey Editore.
- "Alessandro il Grande", Stefania Stefani. Dami Editore.
- "Aléxandros. La trilogia", Valerio Massimo Manfredi. Mondadori Editore.
- "I grandi condottieri che hanno cambiato la storia", Andrea Frediani. Newton & Compton Editori.
- Immagini e fotografie di pubblico dominio, ove non diversamente specificato. Fonte Wikipedia.

Data di pubblicazione articolo: febbraio 2017
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